Translate

venerdì 2 novembre 2012

Non io.

Tutto ciò che temevo, tutto ciò che non volevo, ecco si è avverato. Come quando attraverso col giallo e penso "non diventare rosso, non diventare rosso" e diventa rosso.
Non so perché ora mi ritrovo in questa condizione psicologica assurda.

Sarà che quando ho il ciclo sono davvero instabile. Oggi ho riguardato Amelie e un po' della sua magia mi ha penetrato. La sua solitudine assomiglia molto alla mia. Le situazioni particolari di questo fine settimana mi hanno scosso e la canzone di Silvestri mi continua a girare nella testa.
Mi sono accorto che sto bene solo quando sto con te e so che questo non va bene…  Non va bene.
Sabato pomeriggio andiamo alla presentazione di quel corso di fotografia di cui il fotografo della Sandretto aveva parlato. In un cortile di San Salvario scambiamo un piccolo museo di tipografia per la sede del corso e un vecchio signore senza voce ci racconta la storia di come si stampava una volta.

Lui è affascinato da questo mondo e il signore contento gli regala dei pezzi di metallo di tipografia, facendo di questo giovane ragazzo un fanciullo che ha appena vinto una bicicletta alla lotteria. Era così contento. Saliamo alla sede del Green Box dove i jazzisti suonano già. Assistiamo alla presentazione e anche qui si intrattiene piacevolmente in public relations con fotografi e musicisti.

Ci chiamano anche per fare un ritratto fotografico assieme. Imbarazzo e sorrisi. Sembra contento di tutto. Usciamo e facciamo due passi per arrivare da Tiger dove compriamo delle cavolate. Dopo, un caffè in un bar dove proviamo i carboncini sul suo nuovo blocco da appunti.

Che strano. Facciamo le otto, mi chiama mio padre per chiedermi che pizza mangio per cena. Cosi rientriamo e lo accompagno con la macchina a casa. Mi dice che viene a vedere la mostra dei presidenti. Ci diamo appuntamento per il giorno dopo, cosi approfitto per fare pratica di mediazione culturale.

La domenica passiamo quindi in Fondazione e faccio il mio sporco lavoro. Nel mentre della visita mi tira fuori un porta monete fatto da lui con il cartone di un succo di frutta. Me lo regala. La mia faccia meravigliata. La sua espressione mi sorprende ancora di più però. Che carino, ho pensato. Finisce che lo accompagno alla metro perché deve andare a far le prove e rimaniamo di sentirci perché si è proposto di aiutarmi per delle foto.

Succede che alle otto mi scrive che ha recuperato la macchina lasciata nei pressi di casa mia e mi chiede se ho voglia di vederci per due chiacchiere, che passa sotto casa mia. Più sorpresa di un ovetto Kinder, gli rispondo che ci sono per un the dopo cena. Non ero preparata a una cosa simile. Non sa neanche dove abito, ho pensato.

Viene a prendermi la sera ma il mio cellulare di nuova generazione smette di funzionare proprio mentre attendevo che arrivasse. Citofono che suona. Come sa il mio cognome? Ah, già. Glie l' ho detto io venerdì al pub quando chiedeva di mia sorella che frequentava lo stesso suo liceo. Come ha fatto a ricordarlo? Scendo e mi porta in una sua seconda casa, proprio dall' altra parte della ferrovia che fiancheggia casa mia.

Ci facciamo il the. Non c' e` la TV in questa casa. Ci facciamo le castagne. Proviamo a fumare con la carta di una bustina da the, in mancanza di cartine. Ho delle calze davvero buffe, con un orsetto attaccato alle caviglie e cerca di sfilarmele per provarle. A un certo punto mi sfiora un dito, si sofferma su un mio anello. Mi sento il batticuore e mi chiudo a riccio per paura di essere scoperta.

Si fa veramente tardi tra una chiacchiera e il suo contatto a tratti molto ravvicinato, non invasivo, ma mi blocca il respiro la sua vicinanza e cerco di sviare. Così anomalo, mi sento spiazzata. Mi riporta a casa. Forse l' ho deluso. Sta di fatto che ho voglia di rivederlo.

Nessun commento:

Posta un commento

Leave a comment